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Toto Roccuzzo - Le pietre nelle scarpe - Romanzo, Selene Edizioni, Milano 2000, pp.158.

Quello di Toto Roccuzzo è un romanzo storico e politico. Vale la pena di riparlarne, a qualche mese dalla sua uscita. Il libro ha avuto alcune lusinghiere presentazioni a Milano e in Sicilia,  è stato al centro di un bel programma radiofonico della Svizzera italiana. Ma tra i letterati esso ha suscitato, in forma più che altro privata, discussioni polemiche seguite da ancor più polemici silenzi pubblici. Sarà utile allora gettare un piccolo sasso nello stagno.
La forma che Roccuzzo  ha scelto per raccontare la sua storia è quella del "giallo all'italiana". Nel nostro paese di previdenti cautele e
di opportuni ripiegamenti, di tessere prese perché si ha famiglia  e di azioni compiute perché non si crede a niente, il giallo è una forma letteraria quasi naturale per esprimere l'impossibilità, partendo da un crimine, di trovare un responsabile. Anzi, la tecnica dell'indagine alla ricerca della verità sembra fatta apposta per mostrare come da noi alla fine non si ritrovi proprio nessuna verità. Lo mostrano gli affascinanti libri dell'inglese Michael Dibdin, ambientati a Perugia: ma che potrebbero svolgersi ugualmente a Monreale o a Monselice; lo mostrano i libri di Sciascia (e deliberatamente non menzioniamo nessun altro scrittore italiano vivente). In Gran Bretagna, forse, e nella prima parte del secolo, l'esercizio della ragione riusciva a trarre dalla trama di impercettibili indizi il filo che conduce al vero colpevole (anche se già Orwell aveva diagnosticato nel dopoguerra il Decline of English Murder); in Italia no, da noi l'indagine su un mistero porta solo ad attraversare i cerchi concentrici di infiniti altri misteri. Se tale è l'esperienza dei veri poliziotti e dei veri giudici, perché non quella dello scrittore?
Stiamo già parlando del nostro libro. Le pietre nelle scarpe inizia con l'affascinante scena di un funerale, il funerale tre volte ripetuto di un importante avvocato: a Roma, a Catania, a Pachino. Il defunto, quasi centenario, appartiene all'avvocatura di vecchia scuola, da galantuomini; è uno che, lungo un secolo di storia italiana, ha visto di tutto ma rimanendo onesto; e che si proponeva di togliersi qualche sassolino dalle scarpe raccontando in un libro certe vicende oscure di cui era stato a parte. Si tratta di clamorose truffe allo Stato, di secolari conflitti fra famiglie, di misteriose scomparse, di logge coperte, di suicidi inspiegabili. Ma la morte gli ha impedito di completare le sue indagini, ed ecco che lascia ad un nipote, a lui culturalmente affine, il compito di trovare le prove mancanti, i documenti dispersi, gli ultimi pezzi del puzzle, e di completare il libro. Il nipote inizia così un percorso in cinque storie che lo porta innanzitutto in Sicilia (là "dove tutto ha inizio"), per finire, dopo aver toccato Milano, di nuovo al centro: a Roma. La sua ricerca non si conclude con l'esibizione di un "colpevole" ma di tutta l'anima nera della élite siciliana e italiana, col suo culto spietato dell'interesse, con inconfessabili scheletri nell'armadio delle migliori famiglie, in un deteriorarsi del costume sociale che porta dagli scontri aperti in epoca fascista alla violenza degradata delle trame nere e delle collusioni criminali negli anni Settanta. L'unica "rivelazione" che resta in mano al lettore alla fine del libro è quella del vero autore di uno scherzo, di un leggendario sberleffo fatto a Mussolini.
Si potrebbe dire che quello di Roccuzzo è un romanzo sulla mafia senza che questa parola vi compaia mai; esso mette in scena quello che nessuno mai ha osato, cioè il lato in doppiopetto, rispettabile, di una società onorata e di un potere invisibile e indiscutibile.
Si è detto all'inizio "romanzo storico", e lo si conferma: i fatti narrati non sono fiction proiettata su uno sfondo storicamente accertato, sono invece fatti veri, risalenti a precise indagini giornalistiche. Tranquilli: nei casi più brucianti l'autore ha alterato i nomi di persone e di località. Ma è vero che un piccolo impero edilizio e finanziario fu fondato rubando i patrimoni di famiglie ebree nel periodo delle leggi razziali; è vero che... vero, cioè, di una verità che se si può "raccontare" in un "romanzo" sarebbe però molto difficile da dimostrare in un tribunale: ed è questa la contraddizione del personaggio del nonno avvocato, la sua rabbia nel morire senza essere riuscito a togliersi quei sassi dalle scarpe: il compito lasciato alla generazione successiva.
Il romanzo di Roccuzzo ci è sembrato notevole per questi motivi, ma non solo. Ci si interroga frequentemente, in questi tempi di dissoluzione etnica e linguistica, su dove sia finita la letteratura del Mezzogiorno e il suo tradizionale impegno civile. Si è risposto con la rabbia dei più giovani scrittori, da un lato e, dall'altro, col successo commerciale di scritture che caricano i tratti linguistici e folcloristici, ad esempio, della Sicilia. Niente di tutto ciò nel romanzo di Roccuzzo: dove pochissimi sono i vocaboli (siciliani, romaneschi) riportati tal quale, e meno che mai in forma caricaturale; eppure il lettore non perde mai la sensazione di distinguere i tratti siciliani dei personaggi, anche quando sono espressi in perfetto italiano: "Noi Blancato non mangiamo per sbaglio". Conferme e contrario poche e forti: il bozzetto sui giocatori di spizzichino a Roma nel primo capitolo, l'intraducibile, meravigliosa, espressione del contadino siciliano alla fine del capitolo "Il soverchio è come il mancante". Italiano, insomma, perché italiana è la storia e la classe sociale di cui si narra, senza che mai nulla però faccia dimenticare le componenti locali di cui questa storia, quest'Italia, sono fatte. La coscienza dell'impasto linguistico c'è, ma non la si adopera come vezzo barocco né come effetto speciale. E' vero invece che un certo tono di prosa giudiziaria e notarile impregna di sé il romanzo: un testo però in cui si parla di avvocati, di notai, di cause penali e civili Restano i numerosi bozzetti come quello accennato e le fitte figurine di contorno (il barbiere, il portiere, il ragazzo di studio) a mostrare come l'autore sappia adoperare anche il registro linguistico popolare.
Un testo, ci sembra, che propone alla letteratura siciliana una strada che non è di separatezza, di localismo, ma  secondo i canoni del meridionalismo migliore  di inserimento profondo del locale nella unitaria storia d'Italia; e vicino, per questo, allo Sciascia più classico, non dimentico degli esempi delle letterature straniere.
Le pietre nelle scarpe è un'opera prima; ed è inutile negare che, specialmente tra l'intellettualità siciliana, diversi hanno arricciato il naso di fronte ad essa. La trama  è stato detto  è solo un'esile scusa per collegare cinque storie diverse; l'autore mostra la tempra del raconteur ma non quella del romanziere, non sa narrare. Altri, da una sinistra estrema, hanno rimproverato all'autore di aver abbandonato la prassi giornalistica militante, di aver trascurato i nomi e i cognomi della denuncia di oggi per rifugiarsi in un nostalgico racconto storico. Qui vogliamo spezzare una lancia in favore del libro. La trama, infatti, si tiene bene, a nostro avviso; semmai, forse è stata eccessiva l'ambizione di voler cavalcare, in cinque episodi, settant'anni di storia. Ma i critici dovrebbero però riconoscere che il vero oggetto del romanzo è un protagonista impalpabile: la cultura e il costume di una borghesia miope; è l'ipocrisia, è l'antichissima imprendibilità del potere. Se si assume questo punto di vista, l'autore ci suggerisce, non è possibile nessuna "storia" dotata di chiaro inizio e chiara fine, e il "racconto" non può che essere per intuizioni, per lampi, per indignazioni. Neppure i giudici nella vita reale, sembra, hanno altro modo di afferrare l'imprendibilità del potere. Quanto alla forza narrativa dell'autore, basterebbe ricordare alcune scene efficaci, come quella dell'apertura del testamento, o il funerale iniziale. Non si negano i difetti e gli sbalzi di tono del libro, non si nega la debolezza di altre scene. Chi scrive, vorrebbe piuttosto invitare l'autore a non indulgere troppo nel nostalgico e nell'intimismo. Scene come la contemplazione dei Caravaggio, muto dialogo tra nonno e nipote, ed altre pagine intessute di ricordo, interrompono di fatto senza ragione l'incalzare del racconto, e lo riproiettano costantemente nell'autobiografico  poco importa che sia un autobiografico non vero ma creato, perché comunque ci riporta ad una dimensione intima, al ridacchiare tra sé e sé per la soddisfazione di essere l'unico a conoscere una verità. La nostalgia è un tratto che accomuna questo romanzo alla tradizione classica della letteratura siciliana; e invitiamo l'autore a distillarla  più finemente nelle sue prossime prove.

Nino Recupero

Milano, maggio 2001
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Esempio 1
Un funerale solenne: è quello di Blasco Blancato, socialista, avvocato del foro di Roma. Quasi centenario, è stato testimone di buona parte della storia d'Italia. Il nipote scopre che il nonno gli ha lasciato un'eredità: dare alle stampe un suo volume di ricordi, prima che finisca il secolo. Ma bisogna completare le indagini su alcune vicende oscure. Di storia in storia, sulle tracce di quattro "casi" esemplari, Blasco junior percorre il Paese da un capo all'altro. Le indagini compiute dal nonno lo portano nelle stanze dove si creano e si manovrano la ricchezza e il potere, tra misteri di famiglia e ingiustizie secolari. Una sorta di giallo dei nostri tempi in cui la realtà, in modo tutto italiano, è suscettibile di infinite interpretazioni.

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