Claudio Risè - Essere uomini, la virilità in un mondo femminilizzato - red edizioni, Como, 2000, pp133
Ci vuole molto coraggio, confessiamolo, in un momento in cui ogni stupro sortisce una risonanza mediatica sempre più allarmata ed allarmante, dedicare un libro - come questo di Risé (che è un guru dei "maschi selvatici") - alla "spinta fallica" e alle ragioni che l'hanno indotta ad arretrare in questo nostro mondo sempre più femminilizzato. Poiché non voglio passare tra i bersagli di Risé, ed essere accomunato fra coloro che hanno trasformato il Fallo da "temibile e sacro" in "oggetto ridicolo" - come Risè sostiene abbia fatto Rousseau -, avanzo con tutta circospezione qualche distinguo. Innanzi tutto quello di levare a Rousseau (che pure ha tante fautes ) la colpa di essere uno dei padri dell'Illuminismo e di restare dunque coinvolto nell'accusa (di origine adorniana e che Risé ripete stancamente ) rivolta a quel grande moto di idee, di essere cioè il principale responsabile e il rovinoso ispiratore di quel potere-sapere della Modernità capitalistica che, fondandosi sul principio utilitaristico, da un lato tenderebbe a stritolare ogni individuo non omologato, dall'altro, inducendolo al consumo e al soddisfacimento dei bisogni - che per Risè è un principio di tipo materno-infantile, per nulla virile -, rintuzzerebbe anche la sua residua "spinta fallica" di ricerca, di invenzione, di rivolta.
Ora, Rousseau, è ormai chiaro, non era un illuminista, ma un protoromantico...reazionario, un reazionario di sinistra (come Pasolini!). Sicuramente egli è all'origine di molta della sensibilità moderna e forse anche (ma come romantico però!) di qualche arretramento (con la sua sensiblerie un po' femminea) della possanza del Fallo, sia come forza simbolico-culturale che, può darsi, come pratica sessuale. (Che poi Rousseau-persona fosse anche cornuto e non il legittimo padre dei propri figli, in seguito abbandonati, mi sembra una labile ricostruzione di Risè, affidata solo alla testimonianza della ... nonna di George Sand che "lo conosceva bene").
Ciò detto, passo a chiedermi: qual è il nucleo teorico di questo libro? L'illustrazione della perdita, nel mondo moderno, della forza simbolica del Fallo: "che è slancio, dono, rischio, passione" e, di contro, la vittoria del "pene-cervello", ossia per dirla in termini extra-psicoanalitici, la sconfitta per mano del processo di civilizzazione - e anche in virtù del guadagno di terreno della controparte femminile - di quell'elemento sorgivo e aurorale e archetipico ma "forte" che è la mascolinità selvaggia e dominatrice (incarnate nelle figure- simbolo del Guerriero, dell'Amante, del Ribelle), mascolinità che dopotutto ha permesso all'uomo di uscire dalle caverne e di dominare il mondo; e tutto ciò a favore di un "pensiero debole" (ce n'è anche per Vattimo) ossia di una mascolinità affievolita e resa slombata dalla rincorsa femminile, come anche, si diceva, dal processo di civilizzazione sfociato miserabilmente nel consumismo.
Tutto il libro di Risè è un accorato e "virile" rappel à l'ordre al maschio ( e forse perciò avrebbe dovuto essere intitolato "Essere maschi"), con qualche tono di aspro rivendicazionismo di genere che ci tonifica un po' dopo tanto femminismo bellicoso e trionfante.
E tuttavia, se il problema della crisi del maschio c'è ed è molto serio - considerato che molti maschi, a detta dei terapeuti (e anche delle donne che sempre più lamentano la sparizione del maschio d'antan), si sono "rotti"-, resta in piedi qualche dubbio circa l'indicazione delle vie d'uscita suggerite da Risè. Più che appellarsi alla carica simbolica del Fallo sarebbe bene fare i conti con la condizione "storica" raggiunta dalla donna visto che - tranne al tempo zero della storia se mai c'è stato - il rapporto fra i due sessi, lungi dall'essere solo un'astrazione simbolica (archetipi), è sempre stato una continua lotta/dialettica storico-socio-culturale oltre che biologica, di cui le configurazioni attuali - che a parer mio vedono entrambi i sessi in evidente impasse - sono, appunto, l'esito ultimo.
Si resta perplessi, poi, circa la tesi dell'affievolimento della forza fallica dovuta alla condizione passivo-femminea del consumo. Secondo Risé il consumo acquieta "maternamente" il maschio, lo sazia e lo doma. Ci si dimentica, infatti, che dal lato della produzione e dei produttori, nulla della vecchia spinta maschile è stata persa: la "guerra" è tuttora in piedi, si è traferita nelle imprese e negli imprenditori per nulla docili e arrendevoli. E non sarà difficile, allora, per restare nella terminologia di Risè, vedere sotto i gessati e le grisaglie i vecchi istinti dell'Errante (con tutti quegli aerei da prendere), del Guerriero (con le teste da tagliare e i mercati da conquistare) e dell'Amante (con le storie multiple da mantenere)...
Fuor di metafora il libro è da leggere con molta attenzione non privo com'è di fascino argomentativo, assecondando anche qualche tono fazioso e bellicoso, perché à la guerre comme à la guerre insomma (e Risè è docente di polemologia, dopotutto) ma anche allontanando il più possibile dalla mente - mentre si legge di Virilità, di Volontà di Potenza, di Fallo -, la micidiale battuta di Woody Allen ( un altro, forse, roussoviano pene-cervello) secondo il quale Freud si sbagliava quando imputava alle donne l'invidia del pene, invidia spesso tutta maschile.
(maggio 2001)
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Gli uomini d'oggi appaiono sempre più spesso insicuri, in crisi, timorosi di rivelarsi inadeguati all'interno della coppia e della famiglia: un comportamento che ha origine dalla latitanza della figura paterna e dalla profonda modificazione del ruolo tradizionalmente rivestito dalla donna. Per compensare questa insicurezza, dedicano ansiosamente energie alla costruzione dell'immagine, alla cura del corpo, alla ricerca del successo. Eppure, suggerisce Claudio Risé in questo saggio una via d'uscita c'è: ritrovare il fondamento affettivo ed emotivo del proprio mondo, la "fallicità", principio di espansione e donazione.
Al giorno d'oggi, la figura maschile tradizionale, quella del capofamiglia produttore di beni, ha perso prestigio rispetto a quella del devoto consumatore. Tutta la nostra società ruota attorno al principio del soddisfacimento del bisogno, che è tipicamente materno-infantile, quindi per nulla virile. È possibile per l'uomo moderno fuggire dalla prigione che il mondo femminilizzato gli ha costruito attorno? E riscoprire la sua vera natura? L'autore suggerisce in questo libro un percorso psicologico attraverso cui l'uomo può ritrovare la propria identità smarrita: tornando cioè a onorare e frequentare, dentro e fuori di sé, le immagini del maschile di sempre e valorizzando quelle virtù virili che la cultura dei consumi disprezza.
Gli istinti maschili sono stati espulsi dalla nostra cultura, sempre più femminilizzata e "materna", così come dalla società delle "buone maniere". Eppure sono istinti ancora vitali, che vanno riconosciuti senza timore e dominati, cioè vissuti in modo equilibrato, per poter ritrovare una sana e sincera spontaneità. Attraverso una lettura di sogni, leggende, miti, il libro dello psicoanalista Claudio Risé ripercorre la storia di questo "interdetto" e offre agli "uomini in crisi" una via per ristabilire un contatto positivo con il loro lato "selvaggio".