Sándor Márai -  Le braci  - Adelphi, Milano, 1998, pp.264 a cura di Marinella D'Alessandro.

Un generale anziano, Henrik, chiuso nel suo castello in compagnia della vecchissima balia vive un po' come il principe de "La bella e la bestia" in attesa che un incantesimo lo sciolga dal sortilegio in cui egli stesso s'è imprigionato. E alla fine, dopo 41 anni di attesa, arriva la persona per cui ha preparato, non si sa bene se allo scopo di  una vendetta o di una definitiva resa dei conti, una cena, identica all'ultima consumata in sua compagnia e della propria moglie Krisztina, morta qualche anno dopo. La persona che si presenta al castello dopo tutto questo tempo è Konrad l'amico del collegio militare e dei primissimi anni d'infanzia. A questo fraterno amico, improvvisamente eclissatosi dopo quell'ultima cena, Henrik deve porre adesso alcune domande covate malinconicamente e disperatamente per tutto questo tempo. Delle domande che ristabiliscano in lui il senso di alcuni eventi - che non riveliamo deliberatamente per non sciupare la sorpresa del racconto -, e dalle cui risposte si attende la restituzione di  quella pace della vecchiaia, epoca in cui  tutte le tormente della vita dovrebbero placarsi,  ma che il tarlo del dubbio non riesce ad assicuragli. Come talvolta accade, un evento tanto atteso non riesce a reggere il carico e il groviglio  interiore di un'intera esistenza. Ci sarà la resa dei conti, la vendetta? Il primo a non crederci  più, e a non attendere più neanche le risposte alle proprie domande è lo stesso Henrik. Una fredda e militaresca stretta di mano chiude l'incontro.
Fin qui, per grandissime linee, la trama.
Qual è la forza (notevole) di questo romanzo?
Proverei a sottolineare alcuni punti della  forza narrativa ed artistica che rimesta e governa come una mano d'acciaio invisibile  l'ordito e la trama di questo romanzo. Innanzi tutto il rapporto col tempo. È passato del tempo, tantissimi anni, quarantuno, e non c'è vicenda umana, anche la nostra più banale, che non acquisti qualche sfumatura favolistica o addirittura  l'aureola  di una personale epopea. Qui l'evento racchiuso nei confini di questo lunghissimo lasso di tempo illumina addirittura il senso di un'intera esistenza. E  il romanziere Márai (consumatissimo) ha allora buon gioco nell'adottare uno stile che ha del feuilleton di gran classe. Feuilleton non vuol dire necessariamente  morti ammazzati o agnizioni ad ogni capitolo, ma anche sapiente distribuzione della materia narrativa, e soprattutto, dosaggio dei "tempi" narrativi, rallentamenti o accelerazioni della vicenda, anticipazioni e posticipazioni. Qui ad esempio vien dato, preceduto da una lettera,  fin dal primo capitolo l'arrivo della persona a noi lettori sconosciuta, che poi si apprenderà essere Konrad, e nei capitoli successivi l'agnizione tra i due viene "ritardata" -  stuzzicando non poco l'attesa del lettore, a beneficio degli effetti di "riempimento", ossia della delucidazione degli eventi pregressi, che come satelliti anticipatori illuminano prepotentemente la scena madre dell'incontro tra i due che, quando arriva, viene occupata da un monologo lucido e trasognato, senza fine, del vecchio generale.  Dosaggio dei tempi narrativi, dunque, dentro una cornice temporale dilatata fino ad una  dolorosa estenuazione di cui, alla chiusura del libro, siamo ancora malinconicamente irretiti. Viluppo e sviluppo del plot di gran classe, perciò. La route de se faire lire, annotava e disegnava Stendhal nel suo Brulard, è una strada che confina con la route de la folie, ma ha il suo metodo, quest'arte, come certa follia.
Altro elemento di forza mi sembra la qualità della scrittura in sè, accudita e di grande impegno redazionale. Cui si accompagna la manifattura eccellente delle metafore e un periodare "alto" e regolare teso  a reggere la "portata" se non imponente, grave e solenne, del flusso narrativo  che ricorda quei fiumi dell'Europa centrale, il Danubio, la Moldava, che sono più di un corso d'acqua, un bacino di civiltà, una corrente di cultura, un destino dei popoli.
Se questi sono i pregi formali dell'opera i contenuti sono racchiusi in una bellissima storia di amicizia maschile che ricorda le atmosfere de "L'amico ritrovato" e del suo seguito "Un'anima non vile" (qui congiunti in un solo volume) di Fred Uhlman. Ma c'è una posta più alta nel romanzo: il tentativo di ripartire il genere umano per affinità elettive,  per parentele spirituali (vedi citazione), e spiegare alla luce di queste gli incontri e gli scontri delle esistenze: da una parte Konrad, l'amico artistoide e "diverso", della stessa pasta di  Krisztina e della mamma di Henrik, dall'altra lo stesso generale Henrik e suo padre,  vecchio ufficiale della guardia. L'elemento della diversità,  della dissimiglianza - a comprova che siamo nell'ambito di una temperie spirituale di matrice tedesca e  mitteleuropea - , è la musica, da quei  realisti e ordinari militari avvertita come elemento diabolico, sovvertitore dell'ordine e delle regole e veicolo di una sensibilità malata, confliggente con l'ethos borghese. (La musica, ricordo,  era da Thomas Mann indicata come quel  sintomo di decadenza che insinuatosi nella fragile e malaticcia fibra di  Hanno  Buddenbrook segna la fine  della potente e vitale stirpe dei commercianti di granaglie). A me questo è sembrato l'elemento più artificiale e di genere, ciò che contribuisce "dall'esterno" a creare un'atmosfera di forzato romanticismo. Ma è solo una piccolissima riserva.  "Le braci" è un romanzo molto forte, che attanaglia, e Márai uno scrittore che sa dominare, da gran signore delle lettere, tematiche  "massimaliste". "Le braci"  è anche un romanzo coraggioso. Sa correre i propri  rischi, come quell'enfasi romantica appena segnalata, ma  anche l'azzardo  di voler rispondere alle domande ultime dell'esistenza (a molti di noi  interessano invero  le penultime e le terzultime), quelle che attingono al nucleo segreto della vita e che a volte anche noi romantici freddini ci poniamo senza neanche osare rispondere. Ma come tutte le opere che aspirano al capolavoro sono rischi che  "Le braci" sa correre con successo.
Infine trovano posto, nell'opera, la finis Austriae e il mito asburgico. A volte ci si deve augurare che le civilizzazioni culturali -  quale quella austroungarica -  finiscano, perché dalle loro ceneri possa nascere questa grande letteratura. Il  vecchio Omero diceva  che gli dèi ci danno le sciagure perché i poeti abbiano di che cantare. E un grande poeta dell'esistenza si rivela Sándor Márai.
Alfio Squillaci

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Sándor Márai
Cenni bio-bibliografici

1900.  Nasce a Kassel (oggi Koice) in Slovacchia da famiglia patrizia di origine sassone e di nazionalità e lingua ungherese.

1919.  Lascia l'Ungheria, caduta nel regime di Horty, per un esilio volontario. Si stabilisce a Lipsia e vi frequenta i corsi dell'Istituto di Giornalismo. Passa a Francoforte e poi a Berlino. Non conclude gli studi.

1923.  Sposa Lola Matzner, una ragazza della città natale. Si trasferisce a Parigi, dove risiede per sei anni e da dove intraprende l'attività di notista di costume, in tedesco, per la "Frankfurter Zeitung".

1927.  Sulle tracce degli dèi. Resoconto di un viaggio in Egitto, Palestina, Siria. (Di questa esperienza si trova traccia ne Le braci).

1929.  Rientra in Ungheria e si stabilisce a Budapest. In bilico tra la lingua tedesca e l'ungherese, opta per quest'ultima, nella quale scriverà tutte le sue opere.

1935.  Le confessioni di un borghese. Un diario autobiografico in pubblico. Da molti ritenuto il suo capolavoro.

1939.  L'eredità di Eszter

1942.  Cielo e terra, Le braci.

1948.  Dittatura comunista. Márai abbandona per la seconda volta e per sempre il Paese natale. Si stabilisce a Napoli.

1952.  Si trasferisce a New York e prende la cittadinanza americana.

1968.  Ritorna in Italia, a Salerno.

1979.  Torna definitivamente negli USA, a San Diego.

1989.  Alla vigilia del ritorno della democrazia nei Paesi dell'Est, allo scadere del quarantunesimo anno del suo ultimo espatrio, si uccide sparandosi un colpo di pistola.





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- Esiste una cosa peggiore della morte e di qualsiasi sofferenza, la perdita della stima di sé.

- Chiunque sopravvive a qualcuno commette un tradimento.

- Gli uomini non sanno nulla di se stessi. Parlano sempre dei loro desideri e camuffano i loro pensieri più segreti.

- L'uomo comprende il mondo un po' alla volta, e poi muore.

- Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l'intera esistenza.

- C'è troppa tensione nel cuore degli uomini, troppa animosità. troppa sete di vendetta. Guardiamo in fondo a nostri cuori: che cosa vi troviamo? Una passione che il tempo ha soltanto attutito senza riuscire a estinguerne le braci.

- Aveva sempre amato gli ideali più della realtà, probabilmente perché sono meno pericolosi e più elastici.

- A volte sono portato a credere che le differenze tra le classi sociali, le divergenze ideologiche, i conflitti di potere, insomma tutti i contrasti che dividono l'umanità dipendano da queste diversità. E come le persone appartenenti allo stesso gruppo sanguigno sono le uniche che possono donare il loro sangue a chi è vittima di un incidente, così anche un'anima può soccorrere un'altra solo se non è diversa da questa, se la sua concezione del mondo è la stessa, se tra loro esiste una parentela spirituale. (torna al testo)


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