Sicuramente non i fruitori (e probabilmente nemmeno i più sagaci teorici) del trash sospettano che tre grandi intelligenze critiche si sono cimentate con l'estetica del trash, e in certo qual modo l'hanno teorizzata (secondo le proprie specifiche urgenze interiori  e necessità tematiche, naturalmente). 

1) Gustave Flaubert per tutta la vita fu ossessionato dalla stupidità, non solo quella immediata e corrente  della vita reale, quanto da quella mediata e proiettata nei libri e nella pubblicistica della propria epoca. Con un montaggio analogo a quello utilizzato dagli autori del  Blob televisivo ( i più astuti e crudeli praticanti il trash della nostra epoca) ne  fece un centone che solo di recente e solo in Italia è stato pubblicato (Bouvard e PécuchetLo Sciocchezzaio, Rizzoli, Milano, 1997). Una massa orrenda e maleodorante di luoghi comuni, di citazioni di terza mano, di false idee chic; un'accozzaglia orripilante di sentenze senza fondamento, di bestialità scientifiche, di bizzarre credenze, di "conclusioni" senza costrutto. Flaubert   era ovviamente attratto e respinto dalla guasta materia che maneggiava; ed in fondo era mosso - nella sua furia collezionatrice ad un tempo intelligente e bête - dalla convinzione che la bêtise  intellettuale ed estetica altro non è che una forma di sublime visto dal basso. Anche la sua eroina, Emma Bovary - come il suo antecedente letterario neanche tanto nascosto, il divino e stupido don Quijote (di cui Emma è stata definita "la cugina scema") - è sorpresa a ingozzarsi, fino a perdere la reale cognizione di se stessa, di letteratura trash: entrambi vittime illustri, il divino Hidalgo e la "petite femme", dei guasti silenziosi e implacabili della lettura e della cattiva letteratura. 

2) Antonio Gramsci nel tentativo di spiegarsi perché mai la nostra letteratura nazionale, a differenza di quella francese o russa,  non fosse anche popolare (ossia letta da tutti, anche dalle portinaie), incominciò da un lato  ad indagare l'aspirazione cosmopolita (non nazionale) dei nostri intellettuali, ne individuò i perenni atteggiamenti da "mandarino" (preziosità ridicola) e il distacco dalle correnti della vita reale della gente comune, e dall'altra - elmetto e lampada da minatore in testa - scese nei sottoscala della letteratura popolare (leggendo "la casalinga di Voghera"  ovvero Carolina Invernizio,  "l'onesta gallina della letteratura popolare", Ponson du Terrail, ecc.) con l'intenzione di scrutare da presso le dinamiche profonde di questo tipo di lettaratura, che un tempo il critico francese Sainte-Beuve definì littérature industrielle e che oggi, sulla scia del critico americano Dwight Macdonald definiremmo masscult. La sua è una delle più acute e serrate analisi dell'estetica della ricezione del trash popolare. Gramsci, al pari di Flaubert, tentò anche un catalogo delle sciocchezze intellettuali della propria epoca, un suo personale Blob, e redasse perciò la rubrica del "lorianesimo" (da Achille Loria), un centone esilarante delle "bizzarrie", soprattutto degli intellettuali positivisti. 

3) Alberto Arbasino, fin dalle sue primissime prove letterarie (Anonimo LombardoSpecchio delle mie brame e soprattutto Fratelli d'Italia), ha perseguito una vertiginosa, intelligentissima (e snobissima) estetica Camp  e Kitsch (allora non si usava  il termine trash con le valenze estetiche che gli riconosciamo adesso), di mescolanza dei  livelli highbrow e lowbrow ( Virginia Woolf), del sublime e  del  pecoreccio ponendo sullo stesso rigo il D'Origlia Palmi e il Rosenkavalier di Richard Strauss, Totò e Adorno, "la casalinga di Voghera" della cronaca  e Ivy Compton-Burnett in un frullato di prosa italiana ad alto voltaggio estetico, leggero e profondo, acuto e scanzonato ad un tempo, disimpegnato in superficie ma denso di un moralismo di tradizione civile lombarda in profondità. Al pari di Flaubert e di Gramsci (a quest'ultimo  però rimproverava di approntare, in carcere, le trame dei successivi  conformismi  mentre si interrogava su quel grande critico teatrale e prosatore  che egli  sarebbe stato se si fosse  dedicato solo a ciò), Arbasino ha redatto  un suo personale Sciocchezzaio, il Blob, della propria epoca, e l'ha archiviato nel volume Un Paese senza, un' implacabile raccolta dei luoghi comuni e dei conformismi intellettuali dell'Italia degli anni '70-'80.

Ora, a differenza dei teorici e dei furbi praticanti il trash moderno, soprattutto televisivo (Fabio Fazio ed Enrico Ghezzi), i tre grandi maestri citati si avvoltolano nel trash e nel pecoreccio sì, ma  tenendo alta la testa e le ragioni dell'intelligenza critica. C'è in loro un tratto di distinzione e un'intenzionale presa di distanza dall'immonda materia trattata, o quanto meno una resistenza/attrazione allo "sguardo della Medusa" del trash: prendono la merda sì, ma coi guanti bianchi, e storcendo le labbra e rovesciando la testa all'indietro. Ma averceli i guanti bianchi i propagatori del fazismo!, i trucidi rimestatori della polta televisiva: c'è in loro il perseguimento, senza intelligenza e senza critica (accompagnato anzi da un riso immoralistico), dell'esaltazione delle insufficienze estetiche (Anima mia!), il rimestamento cinico e baro del sacro e del profano (le chiappe delle puttanelle e i dolori dei terremotati  "montati" in successione da Blob, invocando, a sanatoria, l'id est! del palinsesto televisivo): insomma il pecoreccio colto dal punto di vista del pecoreccio...
 Alfio Squillaci


Arbasino, Gramsci, Flaubert, il trash...e i loro tristi epigoni televisivi

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